Blog

18

Apr

Alternative Food Network e filiere corte

By | in Blog

a cura di Camilla Mariani

“Porre fine alla povertà, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile.”

Recita così il secondo dei diciassette Sustainable Goals presenti nell’Agenda 2030 dell’ONU.

Poche parole, precise e concise, echeggiano e si ripetono dietro le scrivanie di tutte le organizzazioni internazionali e istituzioni del mondo, quando si parla di alimentazione e nutrizione. Nonostante l’obiettivo governativo sembri così sintetico, ci troviamo oggi a parlare di un settore che non ha più confini. Il cibo stesso non ha più confini.

Il presente articolo è frutto di alcune considerazioni sorte in seguito alla lettura del libro “I signori del cibo” di Stefano Liberti.

Durante “il viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta”, Liberti indaga il modello di produzione agroalimentare industriale e sviluppa alcune considerazioni in merito alla non sostenibilità di quest’ultimo. Prima fra tutte evidenzia l’enorme distanza tra la provenienza delle materie prime e il consumo del prodotto finito; in secondo luogo sottolinea la tendenza a considerare i prodotti alimentari al pari di commodity, cibo-merce scambiato da grandi gruppi industriali che stanno “fagocitando, grazie alle loro economie di scala, i piccoli e medi attori della filiera”1. Queste “aziende-locusta” stabiliscono con il cibo un rapporto meramente estrattivo volto alla massimizzazione dei profitti nel più breve tempo possibile.

Nonostante questa tendenza “all’industrializzazione del cibo”, parallelamente, ormai da diversi anni, abbiamo assistito a fenomeni totalmente diversi definiti con il nome di Alternative Food Network, conosciute nel contesto italiano come  “filiere corte” o “filiere dirette”: fenomeni culturali ancora prima che economici con una visione condivisa sul cibo e sul rapporto tra cibo, ambiente e territorio i quali hanno generato un processo di forte innovazione nell’organizzazione del consumo, degli acquisti e della produzione verso alimenti di qualità e la loro commercializzazione tramite forme di filiera corta2.

Tentiamo di circoscrivere questo ampio fenomeno.

Secondo l’agronomo francese Luis Malassis, con “filiera” si intende l’articolato sistema che comprende le principali attività (ed i principali flussi informativi e materiali), le tecnologie, le risorse e le organizzazioni che concorrono alla creazione, trasformazione, distribuzione e commercializzazione del prodotto finito. Le filiere alimentari corte, in particolare, sono un’alternativa al modello di produzione e distribuzione globale di cibo e stanno diventando, giorno dopo giorno, un fattore critico di successo nel network del settore alimentare.

La grande diversità di forme che tale riduzione di filiera può assumere si definisce Alternative Food Network o reti alimentari alternative. Alcuni autori hanno interpretato queste nuove configurazioni come una risposta all’insoddisfazione per un sistema distributivo di tipo industriale che ha deluso le aspettative di consumatori e produttori sotto molteplici punti di vista3. Altri, li ritengono una reazione ai sistemi agricoli convenzionali, globali e industriali, a forte impatto ambientale. Recentemente, le AFN sono state rappresentate come modelli di distribuzione che riducono la complessa, lunga e organizzata catena industriale e ri-socializzano e ri-localizzano i prodotti agroalimentari4. La ricerca accademica, nonostante le definizioni appena presentate, non ha ancora raggiunto un accordo unanime su come definire le Alternative Food Network, ma non vi è alcun dubbio che queste rappresentino delle modalità alternative al modello produttivo e distributivo tradizionalista delle grandi multinazionali del cibo. Tali forme alternative, a prescindere dalle diverse sfumature e configurazioni che possono assumere, sono sostanzialmente basate su quattro caratteristiche che potremmo definire quali pilastri delle filiere corte: minore distanza tra produttore e consumatore, minore dimensione aziendale e minore scala di produzione, nuove forme di approvvigionamento alimentare (cooperative, farmers’ market, box schemes, gruppi di acquisto solidale ecc.), impegno nella dimensione sociale, economica ed ambientale per una produzione ed un consumo sostenibili5.

Alla luce della letteratura analizzata, è evidente che la centralità assunta dalla configurazione delle filiere produttive dipende dalla loro capacità di ridisegnare nuovi rapporti sia tra agricoltura, ruralità e società sia tra produttore e consumatore, determinando importanti conseguenze per tutti gli attori coinvolti. Dal lato della domanda, ci troviamo di fronte ad un consumatore sempre più consapevole, attento e diffidente nei confronti della qualità dei cibi in commercio di cui non è chiara la provenienza; dal lato dell’offerta, si stanno affermando con sempre più decisione e determinazione aziende caratterizzate da strategie volte ad eliminare la concorrenza attraverso il più efficace fattore di differenziazione mai creato: l’unicità del prodotto derivante dall’unicità delle caratteristiche del luogo che ne hanno consentito la produzione6. Questo tratto territoriale è direttamente collegabile ad un vero e proprio “consumo di tipicità”: il produttore, il distributore, il consumatore non sono più semplici attori che giocano il proprio ruolo all’interno del vizioso circolo economico del profitto, ma diventano l’uno interlocutore dell’altro, innescando un rapporto di reciproca necessità e collaborazione, arrivando a valorizzare il prodotto a trecentosessanta gradi.

Al di là della letteratura accademica relativa a questo nuovo scenario agroalimentare, l’elemento più interessante è toccare con mano le realtà aziendali italiane, le quali, passo dopo passo, tentano di ri-configurarsi con logiche sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale. Il Gruppo Grigi è fortemente radicato nel territorio umbro e si sta evolvendo tanto a livello regionale che a livello nazionale, in questa direzione. Il suo core business è rappresentato sia dalla produzione mangimistica e cerealicola sia dalla produzione alimentare ricoprendo tutta la filiera “dalla terra alla tavola”. In particolare, la recente nascita della sua filiera corta certificata, denominata Food Italiae, ha segnato un importante passaggio per l’azienda stessa come sinonimo di eccellenza territoriale a tutela della tipicità.

L’idea di Food Italiae è stata quella di cercare di realizzare ciò che le multinazionali alimentari presenti sul mercato non riescono a raggiungere: queste ultime, infatti, investono ingenti capitali in un settore di cui non hanno sufficienti conoscenze ed esperienze, tentando, attraverso innumerevoli acquisizioni, di conquistare il mercato. Il Gruppo, al contrario, proviene da una radicata esperienza agricola e contadina e vanta oltre 50 anni di conoscenze, abilità, saggezza.

L’azienda ritiene che uno tra i fattori critici di successo che rendono competitiva una filiera alimentare sia la consapevolezza della presenza nel territorio italiano di prodotti di eccellenza. Proprio in ragione di questi prodotti di elevata qualità è necessario lavorare in maniera adeguata affinché ogni singolo anello della filiera possa operare sinergicamente e venga retribuito in modo adeguato. In una visione organica di filiera alimentare, la realizzazione del prodotto finale è resa possibile dalla coesistenza di più attori che operano contemporaneamente. La debolezza di anche solo uno di questi, impossibilitato nel raggiungere margini positivi a fronte di costi fissi di produzione, nel lungo periodo, compromette il processo in modo definitivo. L’obiettivo primario dell’azienda è quello di portare all’interno della filiera delle marginalità per cui il contadino, l’allevatore, il produttore di latte e in generale tutti coloro che giocano un ruolo chiave in questa fitta rete di rapporti, siano remunerati in maniera adeguata.

Dal punto di vista economico, uno dei maggiori benefici di un business come quello descritto è lo sviluppo delle singole componenti della filiera attraverso la promozione della territorialità. Analizzando i prodotti, il tratto che li rende distintivi riguarda il fatto che siano realizzati in armonia con le caratteristiche del territorio di origine; questo elemento non solo consente una maggiore tutela della biodiversità del luogo, ma ne aumenta anche i valori nutrizionali. Le produzioni, infatti, essendo realizzate nel rispetto della stagionalità e delle caratteristiche dei suoli regionali, sono frutto di tecniche agricole più sostenibili. Da questi elementi ne trae indubbio vantaggio non soltanto la salute ambientale del territorio, ma il consumatore stesso a cui viene offerto un prodotto connotato da un forte radicamento nel territorio.

Le ultime, poche parole, importanti per raggiungere una piena consapevolezza in merito all’argomento sono di Carlo Petrini, attivista italiano e grande sostenitore delle forme alternative di produzione e distribuzione del cibo:

Ho bisogno di conoscere la storia di un alimento. Devo sapere da dove viene. Devo immaginarmi le mani che hanno coltivato, lavorato e cotto ciò che mangio”.